Game of Thrones: o vinci, o muori

(questa cosa sarà molto lunga e molto carica emotivamente, se volete qualcosa di più dettagliato e anche più incazzato cliccate QUI, buona lettura – attenti agli spoiler)

Il Trono di Spade è finito. Chiuso, punto, fine, stop. I giochi si sono conclusi, i personaggi hanno preso le loro strade e hanno lasciato i nostri schermi per sempre. Dopo nove anni, The Iron Throne, questo il titolo dell’episodio finale, chiude definitivamente i battenti di una delle serie più importanti degli ultimi quindici anni. L’ottava stagione non è stata all’altezza delle precedenti: Il Trono di Spade ci ha abituati alla qualità più assoluta, con episodi e stagioni perfettamente costruite che tessevano trame che componevano sempre un disegno più ampio. Questa volta, i buchi nella storia sono più di quelli che avremmo voluto avere, ma dopo un viaggio così lungo, possiamo cercare di concentrarci sul positivo: in fondo, i personaggi di questo racconto epocale hanno preso vita nelle menti dei fan, nei loro discorsi, nelle loro teorie: Weiss e Benioff li hanno trattati male, vero, ma questo è colpa loro. I nostri pensieri e ringraziamenti vanno a chi ha popolato quest’esperienza.

(Non la migliore Daenerys, ma sicuramente l’inquadratura più bella dell’ottava stagione)

A Daenerys, la regina Targaryen, la Madre dei Draghi. L’abbiamo conosciuta da bambina, tormentata dal fratello Viserys assetato di potere, ai suoi occhi solo un mezzo per giungere al suo scopo. Ma Daenerys è stata molto di più: una vera e propria fenice che si è rialzata dalle ceneri, la Non-Bruciata si è fatta strada lungo tutto Essos accumulando sempre più potere e confidenza nelle sue capacità. Pronta a ristabilire la bilancia dell’equità a suon di dracarys, con i suoi tre draghi è arrivata quasi in vetta al mondo, salvo poi perdere tutto: due figli, l’amicizia vera e profonda, l’amore che non ha mai riconosciuto e, da ultima, la vita. La sua discesa – o meglio, ascesa alla follia che abbiamo visto nell’episodio precedente ha segnato la sua fine: sola, alle porte di Approdo del Re, mentre vaneggiava di “liberare” con il fuoco e il sangue tutto il mondo con i suoi Dothraki e i suoi Immacolati, ormai era convinta di essere lei il Paradiso in terra. Uccisa da quello che è stato l’ultimo tradimento di una profezia risalente a molti anni prima, simbolicamente uccisa dal Trono stesso che dà il nome alla puntata. E fa niente se Drogon, per qualche motivo, anziché uccidere l’uomo che ha ammazzato la madre, dà fuoco al Trono di Spade. Fa niente se un drago, che notoriamente non è un essere senziente, che vede la madre morta davanti a sé, nel dolore più assoluto, anziché tirare una fiammata sull’unico uomo presente, o anziché dare fuoco a tutto quello che c’è intorno a lui, si gira, mira al Trono di Spade e sputa fuoco finché non lo scioglie. Fa niente che sia un drago ad aver capito che in realtà è stata la sete di potere ad uccidere Daenerys, che la ruota che lei voleva distruggere è tutta rappresentata nel simbolo del Trono, che non può incolpare Jon, perché lui poteva agire solo in quel modo, e che invece doveva prendersela con il sistema, fa niente. Ormai fa tutto schifo, ce ne siamo fatti una ragione, doveva andarci meglio, ma fa niente.

 Daenerys è la storia di determinazione e coraggio, è il simbolo di chi prende in mano le redini della sua vita. Sotto i nostri occhi, da bambina è diventata donna, sconfiggendo puntualmente tutti gli uomini che cercavano di manipolarla per ostacolare il suo cammino. Peccato che la sua pazzia non sia stata scandagliata a fondo: anche calata nel suo lato più oscuro avrebbe avuto molto da insegnarci. Ti hanno trattata male, Dany, a tratti malissimo. Un potenziale immenso, andato tutto sprecato.

A Tyrion, il Folletto Lannister. L’uomo più arguto dei Sette Regni: l’abbiamo visto ridotto a espediente comico già dalla settima stagione, e anche in questa è stato lontano dai suoi passati splendori. Persino nell’ultimo episodio, anche se ci regala finalmente due discorsi quasi degni del vecchio Tyrion che conoscevamo e amavamo, sentiamo i suoi contenuti cozzare con la sua personalità e cozzare tra di loro. prima dice a Jon che sarà una minaccia per Daenerys perché erede Targaryen, poi però lo chiama “bastardo”: in parallel con la prima stagione, è vero, ma perché ridere Tyrion così stupido?

 Però Tyrion Lannister, negli anni, non ha mai mancato di essere d’ispirazione. Resterà iconica la frase che disse a Jon Snow nella prima puntata: «Ti do un consiglio, bastardo. Rammenta sempre chi sei. Gli altri lo faranno. Fanne la tua armatura e non potrà essere usata contro di te». E Tyrion così ha fatto: disprezzato dal padre, odiato a morte dalla sorella, è sempre stato il primo ad autodefinirsi nano, folletto, e ogni altro nomignolo che gli è mai stato dato. Ha dimostrato il suo valore grazie al suo cervello, ha cercato di usare al meglio la sua astuzia, ha visto lungo su molti di quelli che lo circondavano. Non è mai stato ignaro di come appariva agli occhi degli altri (celeberrimo il discorso fatto per il processo della morte di Joffrey): Tyrion è la storia di intelligenza e scaltrezza, ma anche di famiglia, nel senso più vero e complicato dell’immagine. Lo lega al padre Tywin un disprezzo viscerale misto a una contorta ammirazioni che non lo ferma da ucciderlo a colpi di balestra; Jaime è l’unica persona con cui abbia mai avuto un rapporto positivo e genuino, mentre di ugual peso ma di sfumatura diametralmente opposta è l’odio reciproco tra lui e Cersei, che non lo ferma però dal cercare accordi con la sorella e dal piangerne la morte quando la torva abbracciata al gemello.

A Brienne, il Cavaliere di Tarth. Lei che ha insegnato ad essere forti ed andare oltre la nomea di una persona. Lei che ha sempre dato tutta se stessa per le persone che si è trovata di volta in volta a proteggere lungo il suo cammino, lei che si è sempre dovuta difendere con le sue mani da insulti fisici e psicologici. Brienne ha inseguito per tutta la vita il sogno di essere cavaliere, pur consapevole del mondo in cui viveva, degli sguardi sprezzanti che la accompagnavano ovunque andasse, per la sua statura, per le sue fattezze. E infine, Brienne ha cambiato la sua storia e la storia di Westeros: il primo cavaliere donna, la prima donna a capo della Guardia Reale, ci lascia con un ultimo gesto che dimostra ancora una volta la sua purezza e il suo onore. Scrive nel libro delle imprese dei Cavalieri della Guardia tutti gli atti di Jaime Lannister, l’unico uomo che è stato veramente e profondamente in grado di intessere con lei un rapporto di reciproco rispetto e fiducia. Persino l’ultimo, per quanto le faccia male e la lasci ferita: «È morto proteggendo la sua regina».

Ad Arya, da Nessuno a Figlia di Grande Inverno. La bambina che mai volle piegarsi a ciò che la società aristocratica si aspettava da lei, che come Ago ha una spada, che fu presente all’uccisione del padre, della madre e del fratello. Abbiamo seguito Arya a Braavos, dove è diventata un’assassina provetta, l’abbiamo vista man mano togliere nomi dalla sua lista di vendetta, è cresciuta lasciando dietro di sé una scia di sangue sempre più lunga che è culminata nel pugnale nel fianco del Re della Notte. Sbagliatissimo se guardiamo alla storia generale, vero, giustificato con una profezia che parlava di tutt’altro, ma Arya ha ora chiuso il suo arco narrativo ed è pronta a salpare verso Ovest, alla ricerca di nuove terre da esplorare, di nuove avventure a cui partecipare.

A Bran, il Corvo con Tre Occhi. Il suo finale ha troppi buchi di trama e troppe domande senza risposta, ma la storia di Bran resta lo stesso straordinaria. Disabile sin dal secondo episodio, completamente dipendente da chi gli stava intorno Bran diventa poi la chiave di volta di tutta la storia, diventa anzi la Storia stessa. Tutto ruota intorno a lui, dalla lotta contro gli Estranei alla lotta per il Trono: e sarà lui a prede il tanto ambito titolo di Re di Westeros. Lo voleva? No. Lo accetta? Sì, perché è dalla memoria del passato che si può ricostruire il futuro. E chi meglio di Bran lo Spezzato, per guidare i (ora) Sei Regni verso un futuro nuovo, che eviti di cadere negli stessi errori delle generazioni precedenti? Lo dice lo stesso Isaac Hempstead-Wright: «Credo che Bran rappresenti un importante promemoria per tutti noi […], di sederci e considerare le cose con un po’ più di cautela».

 

A Jon, il drago cresciuto dai lupi. Aegon Targaryen. Jon lo voglio ricordare alla guida dei suoi fratelli nei Guardiani della Notte, alla guida dell’esercito di Sansa durante la Battaglia dei Bastardi, lo ricordiamo felice nella caverna con Ygritte, con i Bruti al di là della Barriera. Cresciuto come lo scarto della cucciolata, come il suo metalupo, Spettro, Jon è diventato prima Lord Comandante e poi Re del Nord. Il suo profondo senso di giustizia è vacillato solo alla fine davanti a Daenerys, quando ciò che aveva fatto era ormai per lui imperdonabile.

Uno dei più grandi temi di tutta la vicenda è stata la rivelazione dell’identità di Jon Snow, ma dato che neanche lui si è salvato dalla pessima scrittura di questa stagione, alla fine viene costretto all’esilio perché Verme Grigio (che poi se ne va a Naath) minaccia l’insurrezione militare. Nessuno si ricorda del perdono che ricevette Jaime Lannister nonostante l’uccisione del Re, nessuno menziona il fatto che sia il legittimo erede al Trono. Jon torna alla Barriera, trattato come se fosse l’ultimo dei bastardi, incapace persino di parlare per se stesso. Il suo destino non è triste: ora è finalmente nel luogo dove è stato più libero di essere se stesso, dove abbiamo visto il Jon migliore di tutti, dove ha conosciuto l’amore della sua vita. Però è agrodolce: lo vediamo dilaniato mentre pugnala Daenerys, lo vediamo in preda ai dubbi e ai sensi di colpa, lo vediamo emotivamente distrutto mentre saluta le sorelle e il fratello. L’unica nota che gli mette un sorriso sul volto è rivedere Spettro, il metalupo fedele che non ha mai lasciato il suo fianco.

Ti hanno preso e ti hanno buttato nell’immondizia, Jon. Ti hanno reso un personaggio secondario, hanno annullato e appiattito non solo la tua crescita politica, ma anche la tua storia e la tua personalità. Hanno dato Alto Giardino a Bronn, mentre tu sei stato spedito alla Barriera ora inutile, tutta la tua storia cancellata con un colpo di spugna. Te l’ha detto Ygritte: sareste dovuti restare in quella caverna.

A Sansa, la Regina del Nord. La vera vincitrice del gioco del Trono. Sansa Stark ha coronato il suo sogno di bambina, e anzi l’ha portato a un nuovo livello: non è regina con qualcuno, è regina da sola, sul Nord ora indipendente. Porta a conclusione la battaglia iniziata dal fratello Robb dopo la morte del padre, è finalmente riconosciuta la donna indipendente e forte che è diventata negli anni. Era piccola e ingenua, infervorata dal sogno di diventare una lady. Ha insegnato cos’è la resilienza, e a trovare sempre la forza di rialzarci anche dalle più brutte cadute. È passata di mano in mano come un oggetto, prima maltrattata da Joffrey, poi manipolata da Petyr, infine violata da Ramsay. La sua pelle è passata da essere porcellana, ad essere avorio, ad essere ferro. E ora si trova a regnare, regina del Nord ma sola, senza la sua famiglia al suo fianco, che è sempre stata la cosa che per lei contava di più. Così tanto che la porta nel vestito: le scaglie del pesce della madre Catelyn di casa Tully, le foglie dell’Albero degli Antichi Dèi di Grande Inverno, il mantello portato su una spalla come Arya, fatto simile a quello da Guardiano della Notte di Jon, il corpetto che ricorda un’armatura, la corona con i due metalupi che richiama la spilla di Robb. I capelli sono il simbolo più importante della sua libertà: sempre acconciati come le donne a cui si ispirava, ora sono lasciati sciolti sulle spalle, liberi e pure come libera e pura è lei.

 

Infine, a tutti i caduti: Lannister, Greyjoy, Tyrell, tutti hanno giocato al gioco del Trono, tutti hanno intessuto la loro parte di trama, tutti ci hanno lasciato un messaggio. Chi nel bene, chi nel male, chi, il più delle volte, nel grigio. Perché, alla fine, la bellezza del Trono di Spade era ed è tutta in questo: nelle zone d’ombra che diventano fondamentali, nei personaggi derelitti e secondari che diventano i punti cardine di tutto il racconto, nell’inaspettato e nello sconvolgente che sì, arriva da dove meno te lo aspetti, ma che in realtà era sempre stato lì sotto al tuo naso, solo che non ci hai fatto caso.

È il gioco del Trono, ma è anche il gioco della Vita: «o vinci, o muori».

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